L’attesa

La scoperta dell’attesa travolge l’anima di emozioni. Annuncia una novità, un cambiamento, annuncia la vita.

Ogni donna è capace di entrare in connessione con la creatura che porta in grembo sin dai primi istanti.

Tutte le donne sanno partorire

Ph. Francesca Zaccaria Photografer

La sua capacità creatrice la rende sensibile, attenta, radiosa, potente. Questa potenza, grandiosa e delicata al tempo stesso, trova la sua massima espressione al momento del parto.

Dare alla luce il proprio bambino rappresenta un viaggio attraverso la parte più intima e profonda di sé stesse, l’esternazione di competenze innate ed ancestrali.

Non sempre, però, il parto si svolge come la donna vorrebbe, non sempre quelle competenze vengono riconosciute, non sempre la nascita trova rispetto.

Nascita e violenza

Il primo a mettere in discussione la medicalizzazione dell’evento nascita è stato F. Leboyer, ginecologo francese autore de “Per una nascita senza violenza“.

Accostare le parole nascita e violenza sembra quasi impossibile, una sorta di provocazione, in fondo il neonato non ha voce, non può esprimersi, la donna non può o forse non deve mettere in discussione le scelte di chi la assiste.

E’ così che Leboyer rompe l’immaginario secondo cui la nascita è accompagnata solo dalla dolcezza.

Nella realtà, molte donne riferiscono di esperienze traumatiche, irrispettose e svilenti.

Tanti neonati si confrontano con la negazione dei diritti fondamentali, sin dal primo contatto con un mondo che dovrebbe invece accogliergli, proteggerli, lasciarli fare.

Parlare di violenza ostetrica significa riflettere su come si viene al mondo e su quanto questo modo di venire alla luce influisca sul modo di stare al mondo.

Leboyer ha posto l’accento proprio sulle pratiche assistenziali, sui comportamenti degli operatori, sul tocco poco gentile riservato al neonato, avendo il merito di promuovere una maggiore attenzione proprio nei confronti del neonato.

E la madre?

Ciò che manca, però è l’attenzione specifica nei confronti della donna, di ciò che avviene sul suo corpo, della percezione che la stessa ha di un evento che da inebriante si trasforma in traumatizzante.

La riappropriazione del corpo e le ricadute della nascita sui corpi e sulle esperienze della donna hanno costituito, già negli anni ’70, temi di riflessione femminista.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda livelli assistenziali a tutt’oggi ben lontani dagli standard dei nostri ospedali.

Sin dal 1985 l’OMS parla di umanizzazione del parto e di nascita rispettata, ma altresì denuncia l’esistenza all’interno degli ospedali di un abuso e di una mancanza di rispetto. Invita, pertanto, gli Stati a collaborare con le donne.

#bastatacere

Dalla volontà di dare voce alle donne, alle madri, nasce allora la campagna social #bastatacere e con essa OVOItalia (osservatorio violenza ostetrica), guidato da un comitato etico composto da: Elena Skoko, Alessandra Battisti, Michela Cericco, Eleonora Piras, Claudia Ravaldi, Giovanna Riso, Nadia Babani, Annalisa Melis, Luana Vignoli.

Si tratta di una rete di donne che, attraverso le proprie risorse, ha dato vita ad una forma differente di attivismo (advocacy). Internet costituisce lo strumento attraverso cui le madri hanno cominciato a condividere le proprie esperienze, sviluppando un linguaggio compassionevole estremamente efficace e creando cerchi di sostegno virtuale.

Il SSN si è rivelato essere distante dalle dinamiche assistenziali attuate all’interno delle strutture ospedaliere, le donne che hanno vissuto un’esperienza poco gratificante restano, spesso, inascoltate e vivono il proprio dolore in solitudine.

Attraverso il lavoro attento, puntuale ed instancabile di Elena Skoko e delle altre donne, sono state raccolte più di 1.136 testimonianze in 15 giorni.

Le esperienze traumatiche raccontate dalle donne hanno dato la misura di quella che è la realtà, ma hanno dimostrato l’attinenza dei racconti alla stessa, così come preteso dalle Istituzioni al fine di poter “prendere in carico” la richiesta di inserire all’interno della legislazione il diritto di madre e neonato ad una buona assistenza.

La campagna #bastatacere ha dato maggiore pregnanza alla proposta di legge Zaccagnini, secondo cui al centro dell’assistenza devono esserci donna e neonato.

La stessa proposta di legge inserisce le linee guida OMS in un documento legale, introducendo altresì il termine violenza ostetrica. Allo stato attuale si tratta appunto soltanto di una proposta, che non ha trovato accoglimento.

Lo stesso termine violenza ostetrica, che è parte integrante del corpus ordinamentale di altri Stati (ad es. l’America Latina), quale forma di violenza sulle donne, non ha trovato in Europa lo stesso riconoscimento.

I dati della campagna, ufficialmente elaborati dalla Doxa, sono stati poi diffusi producendo, però, una diffida da parte dell’associazione dei ginecologi, a carico di OVOItalia, nonostante l’invito ufficiale da parte dell’Alto Commissariato Onu – rivolto agli Stati- a porre attenzione alla violenza ostetrica quale forma di discriminazione.

Tutte le donne sanno partorire

Elena Skoko – Osservatorio OVOItalia e Michela Cericco Presidente dell’associazione La Goccia Magica

Il rumore della campagna ha, però, smosso le coscienze e le sensibilità, portando alla luce anche eccellenze, non adeguatamente valorizzate.

Una di queste è, senza dubbio, quella del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Padova, diretto dal Dott. Carlo Dorizzi.

Nel pieno rispetto delle raccomandazioni OMS, secondo cui, dal 2018, è fondamentale collaborare con gruppi informali di donne che si occupano dei diritti nel parto, il Dott. Dorizzi ha riconosciuto innanzitutto l’esistenza della violenza ostetrica e la validità di suddetta collaborazione, creando una catena virtuosa di sostegno che permette alle donne di quel territorio di essere rispettate e di vivere serenamente l’esperienza del parto.

E’ bene sapere, inoltre, che la campagna è da ritenersi sottostimata, perché tante altre donne non sono rintracciabili, perché non sono in grado di dar voce a quel vissuto.

La donna che subisce violenza ostetrica, perché privata delle proprie innate competenze, perché non ascoltata, perché obbligata a subire una pratica routinaria, perché non lasciata partorire nella posizione che preferisce, che il suo corpo le comunica, perché non opportunamente informata, perché non lasciata libera di esprimere il proprio consenso, perché derisa, perché insultata, perché ingiustificatamente allontanata dal proprio bambino, è un soggetto traumatizzato.

Gli effetti del trauma

Il trauma costituisce un processo esistenziale deviato. Il soggetto traumatizzato ha difficoltà a raccontare il proprio vissuto. Da questa difficoltà nasce la normalizzazione della violenza, l’indocilimento della donna alle regole del patriarcato.

Depotenziare la donna, rinchiuderla negli schemi che il maschilismo ha stabilito per appropriarsi anche di quei saperi squisitamente femminili, privarla delle proprie competenze, negare la sua potenza generatrice, costituisce un trauma profondo di ogni madre, che viene trasmesso alle nuove generazioni in termini di capacità e competenze generative.

L’invisibilità del trauma produce un silenzio grave e doloroso, che si ripercuote sulle capacità di vedere gli altri. Chi non ha vissuto nell’accudimento non è capace di accudire, chi non è stato rispettato, non è capace di rispettare.

Uno dei traumi peggiori, ingiustificati e maggiormente dannosi è la separazione di madre e bambino.

Quando un neonato viene alla luce ha bisogno di calore, lentezza, amore, contenimento, ha bisogno della sua mamma. Attraverso di lei si aprirà al mondo, si abituerà alla nuova vita, regolerà il proprio respiro ed il proprio battito cardiaco.

Conoscerà l’accudimento, la cura, l’attenzione. Beneficerà del contatto con la madre in termini di salute anche fisica, i batteri dell’epidermide materna ed il colostro colonizzeranno il suo intestino rafforzando notevolmente le sue difese immunitarie.

Allontanarlo dalla sua mamma significa creare un trauma profondissimo, negare i suoi diritti fondamentali.

Quel trauma produrrà una ferita nell’anima di quel bambino e della sua mamma, un trauma che mostrerà il proprio volto a medio-lungo termine.

Un danno all’intera collettività

Se ammettiamo che sono tante le donne che subiscono violenza ostetrica, allora dobbiamo avere il coraggio di renderci conto che non si tratta più di un fatto individuale, ma riguarda tutta la collettività.

Quel trauma vissuto e subito dalle donne verrà trasmesso, in termini di capacità relazionali e di accudimento, in maniera intergenerazionale non solo ai figli, in merito basti pensare al fatto che tutti i luoghi di cura e di educazione sono affidati principalmente alle donne.

Come potranno serenamente occuparsi di accudimento delle donne che portano con sé un trauma, donne a cui è stato negato il diritto di accudire i propri figli nell’immediatezza?

Che tipo di esempio queste donne trasmetteranno? Quanto saranno capaci di essere empatiche?

Come vediamo, quindi, porre attenzione alle madri ed ai neonati significa porre attenzione alla società tutta.

Soltanto il rispetto, l’empatia, l’attenzione, l’amore generano un circolo virtuoso in grado di scardinare la catena della logica violenta.

Le donne hanno voluto parlare, reagire, essere accanto alle altre donne e proprio in Puglia esistono realtà virtuose di sostegno molto importanti.

Realtà che con dedizione e passione sono accanto alle donne, alle madri e ai bambini.

Tutte le donne sanno partorire

Denise Montinaro – Presidente di Rinascere al Naturale

 

Ci sentiamo di nominarne due in particolare Rinascere al Naturale che costituisce un punto di riferimento importante per il territorio pugliese ed ha attivamente preso parte alla campagna #bastatacere.

Lo Scrigno associazione di promozione sociale, nata da poco più di due anni, ma che è quotidianamente accanto alle madri ed ha voluto dar voce al fenomeno della violenza ostetrica attraverso un importante incontro patrocinato dal Comune di Altamura e realizzato in collaborazione con il Centro Antiviolenza Liberamente.

Possiamo cambiare la rotta, possiamo invertire la tendenza, semplicemente tendendoci la mano!

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