Diventare madre è un’esperienza unica ed emozionante. Portare in grembo il proprio bambino e poi donarlo al mondo, alla vita, è un atto di forza e generosità allo stesso tempo.

Ogni madre protegge il proprio piccolo, fin dal primo istante in cui sente di averlo dentro di sé.

Nulla è per lei più importante del benessere e della vita di quel cucciolo d’uomo di cui lei e solo lei è la amorevole custode.

Ci vuole coraggio

Ci vuole coraggio, allora, per scegliere di mettersi in viaggio, per scegliere di trasportare lontano quella giovane, giovanissima vita.

Ci vuole coraggio per accettare di rischiare che qualcosa possa accadere, per portarsi sul cuore il peso dell’ignoto, per sperare di raggiungere un posto migliore, senza avere la certezza di essere accolte.

Ci vuole coraggio a lasciare la propria terra, la propria famiglia, il proprio nido, i propri saperi.

È il coraggio della resilienza, della forza di scappare dalle atrocità pur di garantire una vita migliore al proprio figlio.

Così dobbiamo imparare a guardare le mamme migranti, come donne dalla forza immensa, che sfidano l’ignoto, la paura, la fatica, perché è l’unica alternativa che hanno per salvare i propri bambini.

Nessuna donna, incinta, affronterebbe un viaggio senza ritorno e, probabilmente, senza arrivo se davvero non sapesse che restare lì dov’è significherebbe mettere a rischio la vita del proprio bambino.

È questa la sua unica priorità: la salvezza di quella vita che è giunta a donarle speranza e che lei ha il dovere di proteggere.

La vulnerabilità causata dalla diversità culturale

Le madri migranti sono donne vulnerabili, perché devono superare le barriere linguistiche e culturali del Paese che le ospita, perché non possono godere di una rete parentale – che di fatto costituisce il vero welfare anche nella nostra occidentalissima Italia – , perché spesso la condizione di straniero equivale ad una condizione di povertà.

I gap operativi nelle fasi di accoglienza delle donne migranti, nel nostro Paese sono ancora tanti e questo comporta anche una difficoltà di applicazione di tutti quei diritti di cui quelle stesse donne godrebbero.

Molto, troppo, è ancora lasciato alle singole generosità o all’organizzazione di realtà non istituzionali, prima fra tutte la rete Fiocchi in ospedale di Save the Children Italia.

A group of women look out through a porthole from aboard the ‘Aquarius’ rescue vessel after arriving in Sicily, Italy, on Sunday June 26, 2016. A group of more than 650 migrants arrived at port in Messina, Sicily, after being rescued from the Mediterranean Sea earlier this week. (AP Photo/Bram Janssen)

Sappiamo quanto il modo in cui la mamma vive la gravidanza incida sul benessere del bambino, quanto i primi mille giorni di vita condizionino il dopo, quanto un buon inizio impatti sul futuro.

Queste madri e questi bambini hanno diritto di essere accolti e rispettati, hanno diritto di sperare in un futuro migliore, hanno diritto di venire al mondo nel modo più giusto possibile.

Accogliere l’altro, soprattutto se straniero, può essere difficile perché l’angoscia nell’incontro col diverso determina una destabilizzazione a livello identitario. I modelli culturali su cui sono fondate le nostre certezze vengono messi in discussione nel momento in cui ci si confronta con chi è messaggero di altri modelli.

La stessa lingua è portatrice di una intera cultura, perché modifica finanche la capacità percettiva.

Soltanto accettando l’idea che noi, tutti, essere umani siamo esseri culturali, che ogni nostro atto è impregnato della nostra cultura, possiamo essere capaci di accettare la diversità e di riconoscerci negli occhi dell’altro.

Le mamme migranti presentano un rischio psico-sociale ed emozionale che, inevitabilmente, si ripercuote nel periodo gestazionale e neonatale.

La stessa migrazione costituisce un evento potenzialmente traumatico, in quanto le donne si ritrovano sole, in un territorio impregnato di una cultura differente, senza un sostegno che consenta loro di custodire la propria identità.

Riconoscersi in un modello culturale, confrontarsi con chi ha lo stesso modo di pensare è fondamentale per la stabilità emotiva e relazionale di ogni essere umano.

Perdere i propri punti di riferimento, vivere la solitudine di pensiero, determina uno smarrimento difficile da gestire e superare.

Non bisogna mai dimenticare che le persone sono tutte portatrici di rappresentazioni culturali che vanno accettate e non svalutate.

Laddove una donna, una mamma, si sentirà non accolta, non compresa, non rispettata, emergerà la vulnerabilità della stessa relazione mamma bambino.

Tale vulnerabilità è, più frequentemente, evidente nella relazione con il primo figlio nato in territorio straniero, perché quello stesso bambino è portatore di un messaggio di diversità, che rende evidente a quella donna la propria condizione.

Rispettare le mamme migranti, significa guardarle con occhi non giudicanti, ricordarsi che per ritrovare sicurezza hanno bisogno di sentirsi accolte nel ritorno alla propria cultura di origine.

Ci sono molte popolazioni, ad esempio, per cui la gravidanza è un evento che riguarda solo ed esclusivamente le donne, per cui gli stessi uomini migranti (che spesso sono gli unici a comprendere la nostra lingua) vivono il disagio di dover superare quello che per loro rappresenta un tabù; così come le donne vivono il disagio di non avere il sostegno di un intero villaggio che avrebbe accolto ed accudito quella nuova vita.

Le donne migranti, incinta, a basso rischio sono pochissime, innanzitutto perché la gravidanza lontano da casa è una gravidanza difficile che, spesso, si manifesta attraverso problemi fisici. Il rischio morte e morbilità è stimato nella misura del doppio rispetto alle madri italiane ed europee.

Le donne africane, poi, sono sottoposte più facilmente ad un taglio cesareo, in quanto affette da mutilazioni genitali femminili, per le quali gli operatori sanitari non sono adeguatamente formati.

L’accesso delle migranti ad una assistenza al parto poco medicalizzata risulta molto difficile (con tutto quello che questo comporta in termini di salute per il neonato). Le stesse spesso effettuano un numero di visite di diagnosi prenatale inferiore a quattro. Secondo le linee guida del nostro Ministero della Salute, un numero insufficiente di visite (ossia proprio inferiore a quattro) durante la gravidanza, esclude l’accesso al travaglio a basso rischio.

Conclusioni

Questo ci fa comprendere quanto la situazione delle madri straniere e dei loro bambini sia complicata, quanto sia importante la formazione degli operatori e quanto sia imprescindibile il rispetto e l’accoglienza della cultura di origine di queste donne.

Basti pensare, ad esempio, a quanto per la nostra cultura sia fondamentale la diagnosi prenatale ai fini della stessa protezione di mamma e bambino e a quanto, invece, per molte culture sia importante mantenere nascosta la gravidanza, proprio per proteggere quella vita.

In buona sostanza, tutte le vite hanno pari diritto e pari dignità e vanno protette, pertanto è nostro compito accogliere queste madri, rafforzarne la resilienza e l’autostima, rispettare e conoscere la cultura dalla quale provengono, maturare noi a nostra volta il coraggio di confrontarci con l’altro, di abbandonare le nostre certezze, perché solo attraversando la diversità culturale si può giungere all’universalità umana.