Vi sarà certamente capitato di sentir parlare di lutto prenatale o perinatale.

Una ferita profondissima nell’anima di un genitore che si imprime durante la gravidanza (lutto prenatale) o subito dopo la nascita (lutto perinatale).

Nonostante la gravità dell’evento, allo stesso non sempre sono riservati l’attenzione ed il rispetto che merita, anzi spesso si crede che sminuirne l’importanza sia la giusta via per l’attenuazione del dolore, purtroppo però non è così.

Perdere un bambino nel corso della gravidanza, durante il parto o dopo la nascita è un’esperienza dolorosa e traumatica: è una ferita profonda dalla quale possono derivare conseguenze anche molto gravi sulla salute personale.

Il lutto, prenatale o perinatale che sia, interrompe infatti in modo brusco il progetto della genitorialità e comporta uno shock emotivo intenso. Il legame di attaccamento tra una madre e il suo bambino non comincia infatti con la sua nascita ma molto prima, nel momento stesso in cui si scopre che si sta per diventare o ridiventare genitori.

Da quel momento se nella donna ci sono anche inevitabili cambiamenti fisiologici, in entrambi i genitori si attivano emozioni, pensieri, aspettative. Numerose sono le fantasie su come un figlio o una figlia potrà essere, sulle eventuali somiglianze fisiche e caratteriali con i rispettivi genitori, sulle sensazioni e le emozioni derivanti dall’accudimento del pargolo, sul tipo di educazione che gli si vorrà impartire.

La “preparazione” alla genitorialità è un vero e proprio percorso nel quale ciascuno porta sé stesso con la propria sfera emotiva e con la propria idea di famiglia, riflesso inevitabile dello stile adottato dai propri genitori e dal modo in cui si è stati accuditi come figli. Una futura madre o padre che sia, porta con sé delle aspettative su come sarà in qualità di genitore.

Allo stesso modo diversificate sono le reazioni, i modi e i tempi in cui ciascuno vive ed attraversa il dolore della perdita.

Ogni gravidanza, indipendentemente dalla sua durata e dall’esito, è parte integrante della storia di vita della madre e della coppia genitoriale e ogni bambino, a qualunque settimana di vita o di gestazione, ha una sua fondamentale importanza. Per i genitori, in qualunque momento della gravidanza, un bambino è un bambino, una persona, e necessita di rispetto, ricordo e memoria.

La perdita di un figlio appena nato o non ancora nato è un evento che presenta pertanto tutti i drammatici aspetti del normale processo del lutto, ma con la differenza che è “biologicamente” inaspettato, e dunque particolarmente “inspiegabile”. Ci si trova emotivamente impreparati quando lo si deve affrontare e per essere elaborato deve essere “attraversato” e vissuto giorno dopo giorno.

E’ un’esperienza che accomuna molte donne, ma nella nostra cultura vi è un mancato riconoscimento della sofferenza che da esso deriva: viene così totalmente negato o minimizzato, lasciando la coppia nella solitudine e nel silenzio. Quando si pensa ad un bambino che muore durante la gestazione o subito dopo la nascita il lutto talvolta è considerato meno grave degli altri.

Per le madri, in particolare, l’esperienza del lutto è una profonda ferita esistenziale e lascia un’impronta indelebile: le donne spesso si sentono in colpa, pensano di essere incapaci di generare una vita e sentono di non essere state capaci di proteggere il proprio bambino. A questo si aggiungono   l’incessante ricerca di spiegazioni e talvolta approfonditi e dolorosi controlli medico-specialistici che non offrono le risposte desiderate. Nonostante si tratti di un’esperienza condivisa da tante donne ci si sente le uniche ad averla vissuta e ci si chiede spesso perché sia capitato proprio a sé.

Il lutto prenatale e quello perinatale sono considerate tra le esperienze più traumatiche nella vita di una persona; mentalmente e fisicamente devastanti, mettono in crisi le convinzioni, la visione e il senso della vita, le relazioni affettive e l’immagine di sé.

Molte donne le affrontano mentre, contemporaneamente, le loro vite continuano a scorrere: sono impegnate a fare accertamenti, a rientrare al lavoro, a crescere altri figli, a fare la spesa. Gran parte dell’impegno quotidiano, soprattutto all’inizio, è rivolto a non pensarci, a riprendere in mano la propria vita senza concedersi il tempo per comprendere realmente ed elaborare quello che è accaduto. Soprattutto nei primi mesi invece quel dolore è totalizzante; solo gradualmente pensieri e emozioni così pervasivi e ricorrenti si riducono sino a scomparire e lasciare il posto ad altri più adeguati.

La perdita di un bambino, soprattutto se già nato, modifica inoltre anche il percorso di vita della coppia e può alterare in modo permanente l’equilibrio affettivo e psicologico dei genitori.  Spesso i due partner vivono la perdita in maniera diversa ed esprimono emozioni o pensieri anche molto differenti tra loro: hanno l’impressione di essere distanti l’uno dall’altra, di non amarsi più abbastanza perché non ci si comprende più reciprocamente e hanno attivato modalità e meccanismi differenti per affrontare l’evento e superarlo.

Il lutto, qualunque esso sia – la fine di una storia d’amore, dei progetti che non si realizzeranno, la perdita di una persona cara come anche di un animale – è dunque un dolore profondamente soggettivo.

Quello che spesso fa ancor più soffrire però è sentire di doversi giustificare o scusare con gli altri.

Pian piano accettare quello che è accaduto permette invece di ricominciare veramente a vivere, di recuperare il rapporto con il proprio partner e di potersi dare anche un’altra possibilità di diventare genitori. Gradualmente la ferita si rimargina e la cicatrice che resta diventa solo una parte di sé: il dolore non occupa più interamente la propria vita impedendo di continuarla in modo adeguato.

E’ iniziato così il processo di elaborazione che è certamente più facile quando si ha e ci si dà la possibilità di raccontare quello che è accaduto, di condividere le proprie emozioni e i propri pensieri senza il timore del giudizio.

Ancora una volta la società ci costringe all’efficienza e quasi all’anaffettività, ci viene imposto il ritmo dell’incedere, del progredire, del superare, ma ancora una volta la vita ha bisogno di lentezza, di comprensione, di ascolto, di accettazione.

Tirar fuori il proprio dolore, viverlo senza la preoccupazione di ciò che verrà pensato o detto da altri, è uno dei tasselli più importanti per il rimarginarsi di una ferita che, in fondo, albergherà sempre nel cuore di quella mamma e di quel papà.

Sarà compito, poi, di parenti e amici mostrare empatia, quella vera, quella capace di sentire il dolore dell’altro e di rispettarlo profondamente, perché quando muore un figlio di fatto muore una parte di noi stessi, una parte senza la quale la strada sarà un po’ sempre inevitabilmente in salita.