Il recente sviluppo degli eventi che riguardano l’umanità ci ha condotti a dimenticare, o quanto meno mettere in dubbio, una capacità che, invece, è innata nell’essere umano: l’empatia.

Sì, empatizzare è qualcosa di cui siamo dotati sin dal nostro primo istante di vita, è un dono che fa parte del nostro codice di bordo, è una capacità che ci viene trasmessa geneticamente, automaticamente, ma che va anche coltivata.

L’empatia, come tutti gli altri sentimenti, alberga nel nostro animo e nella nostra mente, ma è mediata dal corpo.

Il corpo, proiettandosi nel mondo, ci consente di percepirlo attraverso azioni, emozioni e sentimenti. Il corpo è il principale strumento di ricezione dei simboli e delle stesse emozioni. Attraverso il corpo noi ci determiniamo nel mondo, attraverso il corpo diamo forma alla realtà, attraverso il corpo recepiamo ciò che gli altri sono.

I sentimenti e le emozioni sono mediati dal corpo e attraverso il corpo comunicati.

Il dualismo cartesiano

I primissimi studi sulla natura umana e sulle capacità relazionali dei singoli individui sposavano l’assunto cartesiano del dualismo mente/corpo, secondo cui la razionalità (res cogitans) era ritenuta qualcosa di differente e separato dalle regolazioni biologiche, che determinano le funzionalità corporee (res extensa).

Tale teoria fu successivamente abbandonata, laddove venne dimostrata una perfetta correlazione tra le sensazioni corporee e lo sviluppo del pensiero.

La mente venne ritenuta un aggregato di parti che interagiscono e che sono attivate dalle differenze interne ed esterne.

La mente emozionale

E’ da qui che nacque il concetto di mente emozionale, principio secondo cui le emozioni influenzano il pensare e l’agire dell’essere umano.

Il primo ad abbracciare questa nuova teoria fu Sigmund Freud.

Facendo confluire le argomentazioni illuministe e le teorie medievali di una natura umana fallace e depravata, ha sostenuto la trasposizione erotica dell’interesse individuale materialista.

Egli ha concepito l’uomo fondamentalmente come un egoista, mosso dal desiderio o dalla necessità di dare sfogo alle proprie esigenze, ma anche e soprattutto alle proprie pulsioni sessuali, che di fatto governano tutto il suo sentire.

Secondo Freud la pulsione sessuale è alla base delle dinamiche relazionali, anche del bambino con i propri genitori. La madre viene vista come strumento per soddisfare i propri desideri, il seno non è altro che una modalità di nutrimento e di soddisfazione sessuale. Il bambino è mosso solo ed esclusivamente da un interesse di natura personale ed individuale e questa stessa modalità di pensiero si protrae, poi, nell’uomo adulto.

La società, dunque, non sarebbe altro che un compromesso, accettato  dall’individuo al fine di garantirsi un minimo di sicurezza

La visione di Freud, però, è risultata col tempo sbagliata e, secondo qualcuno, frutto di un rapporto poco equilibrato dello stesso Freud con la propria madre.

Di fatto, si è sostenuto che lo studioso avesse riversato all’interno delle teorie scientifiche (peraltro ritenute per lungo tempo incontrovertibili) le proprie frustrazioni, il proprio bisogno di amore, la propria esperienza di relazione figlio-madre e di interruzione della stessa.

Le neuroscienze e le scienze cognitive hanno, poi, ampiamente confutato la visione freudiana, abbandonando l’idea del bambino come essere asociale e dimostrando, di contro, la predisposizione biologica dell’uomo alla socialità, allo scambio di emozioni, all’empatia.

Partendo dalla dimostrazione scientifica dell’esistenza a livello biologico e neuronale di ricettori capaci di influenzare tanto il sentire che la capacità relazionale, si è giunti alle moderne teorie sulla educazione che prendono avvio dalla illuminante teoria dell’attaccamento di Bowlby.

La rivoluzionaria scoperta dell’esistenza, all’interno del nostro cervello, dei così detti neuroni specchio ha permesso di dimostrare come l’osservare, il percepire l’altro ci permetta di entrare in relazione con lui e di avvertirne e condividerne le emozioni.

I neuroni specchio

Si tratta della più grande scoperta neurobiologica del ‘900. La scoperta, per altro quasi casuale, di tali neuroni si deve ad un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, guidati da Giacomo Rizzolati, durante uno studio sui macachi.

E’ importante ricordare che l’uomo, esattamente come i macachi, fa parte dei mammiferi così detti primati ed è dotato di un cervello di tipo limbico, capace di trasformare non solo i meccanismi di riproduzione, ma anche l’orientamento dell’organismo verso la prole.

L’individuazione dei neuroni specchio ne rivelò le peculiari attivazioni all’atto di osservare e di eseguire un’azione. Essi si attivavano sia quando la scimmia effettuava un’azione, sia quando osservava lo sperimentatore effettuare la stessa azione.

Si aprirono, così, nuovi scenari circa lo studio del cervello umano (sottoposto ad esperimenti simili, ma attraverso differenti metodiche) e i neuroni specchio furono considerati fondamentali sia per i processi imitativi, sia per i processi di riconoscimento e comprensione dell’azione altrui.

Dalla loro scoperta, sono state numerose le ricerche volte ad indagare i rapporti tra neuroni specchio e linguaggio, anche in ragione della loro localizzazione, prossima all’area di Broca. Ciò ha condotto all’ipotesi che il linguaggio umano si possa essere evoluto a partire dai comportamenti gestuali e che il sistema mirror abbia permesso la loro comprensione e decodificazione.

Ciò ha permesso di dare valore all’apprendimento imitativo.

Il sistema mirror, attivandosi nel momento in cui un’azione viene eseguita, allo stesso modo dell’attivazione per un’azione osservata, permette di comprendere le azioni degli altri definendo nuove basi per una miglior comprensione dei processi di apprendimento fondati sull’imitazione del comportamento altrui.

Quando esprimiamo una reazione emotiva positiva, al pari di una negativa, attraverso il processo imitativo tipico del sistema mirror attiviamo negli altri intorno a noi la stessa risposta neuronale che avrebbero qualora fossero loro, in prima persona, a vivere quello stato d’animo.

Questo dato è così significativo non solo dal punto di vista neuroscientifico o psicologico, ma anche a livello di responsabilità sociale.

Jonh Bowlby

È proprio al concetto di responsabilità sociale che ci riporta la teoria di Bowlby sull’attaccamento e sulla relazione madre-bambino.

Egli, innanzitutto, confuta radicalmente le asserzioni pessimistiche e profondamente patriarcali di Freud, affermando che l’affetto del bambino per la madre non è altro che un bisogno primario, che si manifesta attraverso la richiesta di contatto e di conforto.

La relazione con la figura principale di accudimento è unica e inalterabile nel tempo, ma determina altresì tutte le successive relazioni future.

La prima relazione d’amore che un essere umano conosce è quella con la propria madre, da come si sviluppa questo rapporto dipenderà la capacità relazionale di quell’individuo.

Ancor più importante è, poi, la modalità con cui quel cucciolo d’uomo si è reso autonomo dalla propria figura principale di accudimento, ha imparato a distaccarsene, è stato protagonista di quel processo necessario di evoluzione della propria personalità.

Un bambino accompagnato all’autonomia, alla scoperta di essere qualcosa di diverso dalla propria madre, sarà un adulto disposto ad accettare e comprendere l’altro. Di contro, un bambino al quale non è stato permesso di vivere serenamente questo passaggio, potrà manifestare da adulto difficoltà ad accettare il distacco o, se vogliamo, il rifiuto.

Di fatto dal tipo di accudimento che un bambino riceve e dalla relazione che lo stesso stabilisce con la madre (in quanto principale figura di accudimento) dipenderà la sua capacità di relazionarsi con gli altri, di entrare in contatto equilibrato ed empatico con il prossimo, di affacciarsi al mondo.

La madre e la famiglia, più in generale, costituiscono per il bambino una base sicura da cui partire per esplorare ciò che lo attende fuori.

Volendo utilizzare una metafora, potremmo rappresentare la madre come un faro, la famiglia come un porto, il bambino come una barca ed il mondo come il mare.

Nessuna barca uscirebbe dal porto se non ci fosse un faro a farle da guida e ad indicarle la strada del ritorno in caso di pericolo. Allo stesso modo, nessun bambino sarà predisposto ad allontanarsi dalla propria figura di accudimento, ad esplorare il mondo, se non ha la certezza di poter ritornare “in porto” quando vuole o quando ne ha bisogno e di essere sempre e comunque accolto.

Più un bambino sarà stato accudito con amore, attenzione e cura, più saprà relazionarsi serenamente con gli altri, accogliendone e comprendendone gli stati d’animo.

Anche Greenspan Stanley, in sintonia con quanto sostenuto da Bowlby, affermava che:

la capacità di tenere in considerazione i sentimenti dell’altro in maniera attenta e compassionevole, deriva soprattutto dalla sensazione di essere stati amati e accuditi da piccoli”.

Rispondere alla esigenza di contatto del bambino, significa semplicemente infondergli sicurezza, regalargli la certezza di essere amato, compreso, protetto.

È questa certezza la base dell’empatia. Rispondere ai bisogni del bambino gli trasferisce la capacità di immedesimarsi nel sentire dell’altro, gli insegna ad empatizzare.

L’importanza dell’ambiente educativo.

La teoria di Bowlby getta, dunque, le basi per i successivi studi che hanno dimostrato sia la innata e biologica socialità dell’uomo e la sua naturale propensione all’empatia, ma anche la circostanza che questa stessa empatia si sviluppa e viene appresa e trasmessa in un ambiente culturale ed educativo adeguato.

Più da piccoli ci si è sentiti amati, compresi, si è osservata la capacità di accudire ed accogliere, più da adulti si sarà in grado di empatizzare con gli altri. La naturale capacità empatica, in realtà appartiene a tutti i mammiferi e nei primati è allo stesso modo condizionata dall’ambiente sociale e culturale.

L’educazione, quindi, è fondamentale e determinante ai fini della ricaduta sociale dei comportamenti degli individui, ma anche ai fini dell’apprendimento.

L’apprendimento è l’elemento centrale della vita di un individuo a tutte le età, come espresso dal concetto di lifelong learning coniato da David Kolb.

L’apprendimento passa attraverso il vivere, il sentire, lo sperimentare. Tutto ciò che vede, sente, ascolta è ricordato ed appreso dal bambino, che arricchisce continuamente il proprio bagaglio. I suoi primi maestri sono i piedi, le mani, gli occhi. È toccando, maneggiando, sperimentando che avviene il primo apprendimento.

Il gioco è un grande alleato dell’educazione e dell’apprendimento. Attraverso il gioco si esprime libertà di essere e di autodeterminarsi, ma si entra anche in correlazione con l’altro, percependo e comprendendo il suo sentire. Troppo spesso ci si dimentica della validità pedagogica del gioco, che costituisce il maggior terreno fertile per la costruzione di una coscienza sociale.

Ancora una volta, dunque, scopriamo che Madre Natura ci ha dotati di meravigliose risorse, che dobbiamo aver cura di coltivare. Ancora una volta percepiamo quanto noi adulti siamo responsabili di ciò che, domani, saranno i nostri bambini.

Ancora una volta ci corre l’obbligo di riflettere sull’importanza dell’alto contatto, sull’esigenza per la società tutta di abbandonare quel sistema di cure distali che per anni ha caratterizzato la nostra cultura, ma che la scienza ha ampiamente dimostrato essere lontano dalla nostra natura.

Esattamente come diceva Aristotele “l’uomo è un animale sociale”. Questa socialità innata altro non è che la naturale capacità di empatizzare con il prossimo.

La scoperta del Prof. Rizzolati e del suo team ci ha fornito la dimostrazione scientifica dell’esistenza di questa capacità, ma ha anche messo l’accento sull’importanza dell’educazione, dell’esempio, della cura.

La stessa ricerca, ad esempio, ha evidenziato un deficit proprio dei neuroni specchio nei soggetti affetti da spettro autistico.

Tale deficit ridurrebbe la capacità di tali individui di “percepire” l’altro attraverso le sue azioni e, quindi, le sue emozioni, ma è stato dimostrato che questo tipo di difficoltà può ampiamente essere colmata attraverso l’educazione all’empatia, attraverso un ambiente familiare altamente accudente, attraverso figure genitoriali capaci di rispondere ai bisogni di quel bambino.

Possiamo ancora costruire un mondo migliore da consegnare ai nostri figli, possiamo fare di loro degli adulti più attenti, possiamo fare di noi dei genitori più empatici.